Dopo l'Eurovision 2026: analisi e riflessioni a freddo sull'edizione numero 70
Una settimana a Vienna, tanti pensieri per la testa. Analisi e riflessioni a freddo sull'edizione numero 70 di un concorso che unisce tutta Europa e mezzo mondo attraverso la musica
L’Eurovision 2026 è finito – nel modo migliore possibile – da qualche giorno. Per chi scrive si è trattato del secondo seguito dal vivo, in sala stampa, e ci sarebbe fin troppo da raccontare. Andiamo perciò con ordine.
La vittoria di Dara e della Bulgaria fa bene all’Eurovision
Il fatto che a vincere sia stata Dara, portacolori della Bulgaria, con il brano “Bangaranga” è un segnale più che ottimo per il concorso. Primo, perché è la prima storica vittoria per la Bulgaria, che tra l’altro arriva dopo tre anni in cui BNT – la televisione pubblica del Paese – era rimasta alla porta. Secondo, dopo anni in cui il vincitore è stato scelto o solo dal televoto o dalle giurie, a premiare Dara sono state insieme sia le giurie nazionali – che hanno attribuito all’artista ben 312 punti – sia il televoto – ben 204 i punti assegnati – con un totale di 516 punti.
L’Eurovision Song Contest dunque può finalmente tornare a Est e lo fa grazie a un risultato che, incredibilmente, non era scontato sin dalla vigilia. Le super favorite per gli scommettitori – Australia e soprattutto Finlandia – si sono dovute accontentare di un piazzamento giù dal podio, con l’Australia di Delta Goodrem che riceve la “medaglia di legno” chiudendo al quarto posto e la Finlandia – che partiva con i favori del pronostico anche grazie alla concessione dell’EBU sul violino suonato live da Linda Lampenius – addirittura sesta, a chiudere come in un sandwich l’Italia di Sal Da Vinci che ha chiuso al quinto posto.
YLE e SBS: entrare papa e uscire cardinale
I due vincitori annunciati, appunto Finlandia e Australia, non hanno vinto. Hanno centrato entrambi la top 10, nel caso dell’Australia addirittura la top 5, ma non basta viste le premesse. Vediamo nel dettaglio i due casi singolarmente:
La Finlandia e il violino della discordia
Linda Lampenius è una delle migliori – se non la migliore in assoluto – violiniste crossover al mondo. Fatta questa premessa, è d’obbligo ricordare che all’Eurovision i brani sono eseguiti rigorosamente in half playback – voce dal vivo su base registrata – ma, come possiamo immaginare, sarebbe stato un delitto non dare a un’artista del suo calibro la possibilità di suonare dal vivo.
YLE ha dunque chiesto – e ottenuto – di far suonare dal vivo in via del tutto eccezionale e solo in alcuni punti del brano il violino di Linda Lampenius, che altrimenti avrebbe accompagnato per finta Pete Parkkonen nel corso della performance.
Il problema è nato quando si è creata l’ipotesi di una disparità di trattamento – o di un favoritismo – nel momento in cui sia Eva Marija, portacolori del Lussemburgo con “Mother nature”, anche lei violinista, sia la svizzera Veronica Fusaro, chitarrista, (ci arriveremo più avanti) hanno chiesto con esito negativo – stando a quanto dichiarato in interviste, poi smentite dal direttore dell’ESC Martin Green CBE – di poter suonare dal vivo i loro strumenti.
Il precedente illustre: Lucio Corsi
Lo scorso anno il portacolori italiano, Lucio Corsi, aveva sfruttato un buco regolamentare – il regolamento parla espressamente di plug-in instruments, ovvero strumenti che necessitino di un collegamento all’impianto audio – per suonare dal vivo.
Il cantautore toscano, infatti, nel 2025 portò sul palco la sua armonica a bocca che suonò dal vivo avvicinando il microfono della voce allo strumento. Questo precedente, per certi versi, ha fatto da apripista per lo scenario che ha coinvolto la violinista finlandese.
Delta Goodrem e l’Eurovision in Australia
Fino al 2025 era risaputo che, in caso di vittoria dell’Australia, SBS avrebbe organizzato l’Eurovision Song Contest in un paese europeo insieme a una televisione associata EBU. Più volte a farsi avanti è stata la tedesca ARD candidando la città di Berlino – unica capitale europea a non aver mai ospitato il concorso – ma lo scenario non si è mai verificato, nemmeno nel 2016 quando l’Australia di Dami Im con “Sound of silence” sfiorò la vittoria (poi andata all’Ucraina con Jamala e “1944”.
La storia però nel 2026 era leggermente diversa: voci di corridoio sempre più insistenti – e sempre più forti all’interno della sala stampa del Wiener Stadthalle – parlavano di una SBS fortemente intenzionata non solo a ospitare il concorso fuori dal Continente, probabilmente a Sydney, ma addirittura a stanziare dei fondi per rimborsare parzialmente le spese extra per delegazioni e stampa accreditata.
La performance di Delta Goodrem, in gara con “Eclipse”, è stata semplicemente perfetta. D’altronde parliamo dell’artista australiana ad aver venduto il maggior numero di copie, seconda solo a Kylie Minogue, quindi un’autentica star nel panorama musicale anglofono. E allora cosa è mancato per la vittoria? Semplicemente niente. Anzi, forse l’Australia aveva troppo da offrire e nemmeno la stessa EBU aveva certezza di poter affrontare un Eurovision Song Contest in terra australiana.
L’Italia rimane il miglior finalista di diritto
Apriamo il capitolo Italia con una constatazione di fatto: la Rai è l’unico broadcaster tra i finalisti di diritto – quest’anno Big Four, a causa dell’addio della Spagna e della RTVE in dissenso per la partecipazione di KAN, ma normalmente Big Five a cui si aggiunge il broadcaster ospitante – a poter vantare nelle ultime 10 partecipazioni ben 9 arrivi in top 10 – unica nota stonata il 2016 con Francesca Michielin sedicesima con “No degree of separation” (versione internazionale della sua “Nessun grado di separazione”) – di cui ben 6 in top 5 con anche una vittoria nel 2021.
In questi 10 anni i portacolori italiani non sono mai scesi al di sotto della settima posizione, ma andando indietro al 2011 – anno in cui la Rai tornò in gara con Raphael Gualazzi – da allora i piazzamenti fuori dalla top 10 sono stati soltanto due: il primo nel 2014 con Emma e “La mia città” – unica scelta interna della Rai senza guardare tra i partecipanti al Festival di Sanremo – e, da quando il Festival è ufficialmente la nostra selezione (ma senza esserlo di fatto, ci arriviamo più avanti), l’unica nota stonata è stata la già menzionata partecipazione del 2016 con una Francesca Michielin che fu selezionata dopo la rinuncia dei vincitori, gli Stadio.
L’unica altra rinuncia è stata nel 2025, con Olly che ha ceduto il posto al secondo classificato Lucio Corsi, ma in questo caso l’operazione ha avuto il suo bel risultato visto l’accesso in top 5 di “Volevo essere un duro” che ha dato il via alla striscia di due top 5 consecutive.
Su Sal Da Vinci si è parlato a lungo, qualcuno lo dava addirittura come potenziale vincitore tanto che – dopo il quinto posto – si è parlato anche di delusione o di sconfitta. Nulla di più falso: l’Eurovision Song Contest non è come i mondiali di calcio – a cui tra l’altro l’Italia nemmeno riesce a centrare la qualificazione da tre edizioni – per cui non esiste solo la “squadra” che vince. Il caso più emblematico è quello dell’armena Rosa Linn – 20esima su 25 finalisti all’Eurovision 2022 a Torino – diventata virale con la sua “Snap”. Sorte analoga è toccata ai Napa – portacolori del Portogallo all’Eurovision 2025 – che con la loro “Deslocado” hanno raggiunto le tendenze musicali a dispetto di un 21esimo posto su 26 finalisti.
L’operazione Eurovision 2026 di Sal Da Vinci è stata tutt’altro che impeccabile – non da parte della Rai che ha fatto un lavoro quasi eccellente quanto per una serie di errori da parte del management, dell’etichetta e dell’ufficio stampa dell’artista – ma, nonostante tutto, l’insieme del brano – recepito come totalmente italiano da parte del pubblico internazionale (in sala stampa tutti cantavano e ballavano “Per sempre sì”) – e della coreografia firmata da Marcello e Momo Sacchetta con la partecipazione di Francesca Tocca – che metteva in scena un matrimonio con la bandiera italiana che usciva dall’abito bianco della sposa –, insieme a un forte interesse di Sal Da Vinci verso l’evento, hanno fatto sì che pubblico e giurie potessero apprezzare ancora di più una entry italiana che all’estero più che in patria ha riscosso un successo considerevole.
Sanremo: la selezione di Schrödinger
Il Festival di Sanremo di fatto è la selezione italiana per l’Eurovision Song Contest, lo è dal 2015 in poi regolamento alla mano. Ma tra esserlo di fatto ed esserlo effettivamente c’è un abisso.
Abbiamo già parlato delle due rinunce dei vincitori nella storia recente dell’evento, quella del 2016 con l’avvicendamento Stadio-Francesca Michielin e successivamente il 2025 con Olly che ha ceduto il pass a Lucio Corsi. Il rischio di una nuova rinuncia si è verificato anche quest’anno, con tre artisti in gara – Levante, Eddie Brock e Raf – che hanno dichiarato preventivamente la loro volontà di non prendere parte all’Eurovision Song Contest in caso di vittoria a Sanremo. Per fortuna poi a vincere è stato Sal Da Vinci, che alla tradizionale domanda di Eddy Anselmi ha risposto citando il titolo del suo brano, “Per sempre sì”.
Qualcuno sostiene la necessità di creare una selezione ad hoc per l’Eurovision Song Contest, separata da Sanremo. Chi scrive è di un altro avviso: sarebbe utile soltanto rendere effettivo e indissolubile il legame tra Sanremo e l’ESC, che è fondamentale visto che a ideare l’Eurovision Song Contest nel 1956 fu l’allora direttore generale della Rai Sergio Pugliese, proprio sulla base del Festival di Sanremo, che propose all’allora direttore generale dell’EBU Marcel Bezençon l’idea di un concorso che unisse l’Europa dilaniata dalla guerra attraverso la musica.
BBC rimandata a settembre
Se da un lato c’è la Rai, che sta dimostrando di anno in anno un interesse crescente verso l’Eurovision con partecipazioni sempre centrate e risultati costanti, dall’altro c’è un broadcaster – emblema del servizio pubblico a livello globale – che tuttavia sembra essersi perso per strada da ormai troppi anni: la BBC.
Il portacolori Look mum no computer lasciato solo dalla sua delegazione in green room è probabilmente l’immagine più eloquente del disastro in salsa britannica che non arriva di punto in bianco quest’anno. Per trovare le origini bisogna tornare indietro al 1999 e, ancora peggio, al 2003 con il primo – storico – zero. Il colpevole di questa situazione è il compianto Terry Wogan, per anni voce dell’Eurovision Song Contest fino al 2008, che ha alimentato una certa spocchia. Per Wogan, infatti, il Regno Unito meritava di vincere sempre e comunque, e se il risultato non arrivava la colpa non era delle entry deboli o delle proposte poco esaltanti mandate in gara dalla BBC ma delle giurie – e successivamente anche del pubblico – non in grado di comprendere il valore della BBC.
Questo sentimento è rimasto intatto fino a oggi e ad alimentarlo ci ha pensato anche l’erede di Wogan, l’attuale voce della BBC per l’Eurovision Graham Norton, e l’apice del disastro è stato il 2021, con il doppio zero – sia per le giurie che per il televoto, unico e pesantissimo nella storia dell’ESC da quando è in vigore l’attuale regolamento – ottenuto da James Newman con “Embers”.
L’unica eccezione, in epoca recente, è arrivata nel 2022 quando – con un coupe de theatre – la televisione britannica annunciò internamente Sam Ryder, artista di punta del panorama musicale nazionale, che con la sua “Space man” conquistò a Torino il secondo posto alle spalle della Kalush Orchestra dall’Ucraina. Dopo il chitarrista, però, la BBC ha continuato a mandare proposte alquanto discutibili: nel 2023 Mae Muller con un brano fortissimo (“I wrote a song”) ma eseguito malissimo dal vivo, l’anno successivo Olly Alexander – ex voce degli Years & Years – con “Dizzy” che pur avendo un senso peccava sia nella resa vocale che nello staging, fino ad arrivare alle Remember Monday del 2025 con “What the hell just happened?” e al fenomeno TikTok Look mum no computer in gara quest’anno con “Einz, zwei, drei”.
Urge un cambio di rotta per la BBC, che vista la tradizione musicale britannica non può assolutamente permettersi altri passi falsi senza macchiarsi di ridicolo.
France Televisions e la sindrome del vorrei ma non posso
È il terzo anno consecutivo che la televisione pubblica francese entra papa ed esce cardinale. Nel 2024 era toccato a Slimane, con la sua “Mon amour”, a causa di una stecca presa nel jury show della finale. Nel 2025, lo scorso anno, la stessa sorte era toccata a Louane con la sua “Maman” – probabilmente per uno staging non ottimale e per la pioggia di sabbia (che in realtà era sughero) a rendere il tutto meno poetico – e quest’anno la storia è stata molto simile.
Monroe, 17enne, ultima minorenne in gara prima dell’entrata in vigore della nuova regola sull’età minima – stando a quanto si vocifera dal 2027 l’età minima per partecipare all’Eurovision Song Contest salirà dagli attuali 16 anni compiuti nel giorno della prima semifinale ai 18 –, è stata scelta internamente dalla delegazione francese guidata da Alexandra Redde-Amiel per rappresentare France Televisions e, auspicabilmente, per vincere. Così non è stato: dopo Nemo e JJ il microfono di cristallo non è andato per il terzo anno di fila all’operatic pop ma la scelta è ricaduta sul crazyparty in salsa bulgara.
In queste ultime tre edizioni dell’Eurovision Song Contest, ma anche in passato lo scenario è stato molto simile, a France Televisions è mancata la capacità di osare fino in fondo con una vera entry da potenziale vittoria. Attenzione però, non stiamo dicendo che non ci abbiano provato: Slimane prima, poi Louane, adesso Monroe con un brano scritto dai Violin Phoenix, ma nella resa complessiva per un motivo o per l’altro si è sempre perso qualcosa. Manca il guizzo che possa effettivamente spingere in alto la Francia, ma è solo questione di tempo: una vittoria francese potrebbe arrivare nelle prossime edizioni del concorso.
SRG SSR e la scelta – non più vincente – della selezione interna
Si parlava di scelta vincente per la selezione interna di SRG SSR, la radiotelevisione svizzera, almeno fin quando i risultati arrivavano. Quest’anno, dopo la vittoria nel 2024 con Nemo e dopo la top 10 dello scorso anno con Zoë Më, dopo il podio nel 2021 e le due qualificazioni consecutive nel 2022 e 2023, arriva la doccia fredda: Veronica Fusaro, in gara con “Alice”, manca l’accesso alla finale per la prima volta dal 2019. Ciò che fa più male è l’arrivo all’undicesimo posto per una manciata di punti – solo 15 per l’esattezza – che l’hanno spedita alle spalle della cipriota Antigoni.
L’eliminazione era nell’aria, già dalla vigilia si parlava di canzone difficile, non eurovisiva, staging complesso, la chitarra non suonata dal vivo, e come se non bastasse anche gli scommettitori davano l’artista di Thun ma di origini italiane – suo papà è di Acri – fuori dalla top 10 della seconda semifinale.
Il problema – che in realtà non è uno solo ma ne sono tanti e concatenati – è a monte: dietro la scelta di Veronica Fusaro, che è una delle migliori esponenti della musica svizzera, c’è principalmente la realtà di lingua tedesca (SRF) e in misura minore le altre unità di SRG SSR. Per rendere l’idea basti pensare che a Vienna erano presenti i commentatori di SRF (Sven Epiney) e di RTS (Nicolas Tanner e Victoria Turrian, al primo Eurovision senza Jean-Marc Richard), ma le voci italiane della RSI (Ellis Cavallini e Gian-Andrea Costa) hanno raccontato l’evento in diretta dagli studi di Comano.
A penalizzare ancora di più Veronica ci ha pensato la scelta non immediata di un brano estratto dall’album “Looking for connection”, pubblicato nell’ottobre 2025, e proposto in versione rimasterizzata per l’Eurovision. “Alice”, tra l’altro, non è un singolo, ma una traccia qualsiasi del disco. Con il senno di poi è semplice dire che, tra tutti i brani di “Looking for connection”, il più adatto al contesto era “Slot machine” – non a caso il primo singolo estratto – che però non era eleggibile essendo stato pubblicato come singolo nel 2024.
Rimane l’amaro in bocca per un finale diverso da quello sperato, ma adesso è il momento giusto per SRG SSR di ripensare la selezione. Un modello utile potrebbe essere una scelta che coinvolga attivamente tutte e quattro le divisioni linguistiche della SRG SSR, non soltanto i tedeschi di SRF e i romandi di RTS ma anche i ticinesi della RSI e perfino la romancia RTR, che per dirla tutta non ha nemmeno una televisione sua ma uno spazio su RSI La2 per Telesguard e Minisguard oltre a un canale radio.
Per dirla tutta una selezione del genere SRG SSR ce l’ha già, si chiama “MX3 Tutti per 1” e sceglie ogni mese un brano che entri in alta rotazione sulle terze radio pubbliche della Confederazione. Basterebbe semplicemente adattare i medesimi criteri al formato televisivo, non soltanto a quello radiofonico, e in questo modo tutte e quattro le unità linguistiche avrebbero pari peso nella selezione che, inevitabilmente, sarebbe più equa e con meno recriminazioni per ogni singola unità.
L’alternativa sarebbe il modello belga, con l’alternanza perfetta annuale tra i fiamminghi di VRT e i valloni di RTBF. In questo modo ogni televisione avrebbe una volta all’anno facoltà di coordinare la “spedizione” eurovisiva e si farebbe carico di oneri e onori per la partecipazione, con un’alternanza su base annuale tra SRF, RTS, RSI e RTR.
Il disastro televisivo targato ORF
Sviamo per un attimo dal contesto musicale per guardare a chi il concorso quest’anno l’ha organizzato e prodotto dal punto di vista televisivo: la televisione pubblica austriaca ORF.
Per riassumere quello che possiamo definire un’autentico disastro da parte dell’host broadcaster è sufficiente spiegare che, per la prima volta nella sua storia, non solo l’Eurovision Song Contest ha perso la sua tradizionale puntualità “svizzera”, ma ha addirittura sforato in prima semifinale costringendo a tagliare un giro di interviste in green room a cura di Emily Busvine.
I problemi tecnici sono stati innumerevoli, passando dai semplici ritardi nell’allestimento del palco al ben più grave fail della steadicam che ha danneggiato la performance in finale di Daniel Zizka – portacolori della Cechia con “Crossroads” – che malgrado il reclamo presentato dalla delegazione ha preferito non ripetere l’esibizione. Come dimenticare poi i 15 minuti di clip mandati in arena tra la performance di Sal Da Vinci e quella di Jonas Lovv nella prima prova della finale…
Sulla conduzione è bene aprire un altro capitolo: Victoria Swarovski e Michael Ostrowski sono apparsi a più riprese impacciati ed evidentemente distanti, poco in sintonia tra di loro. La figura di Emily Busvine invece è sembrata poco valorizzata e totalmente marginale rispetto ai due conduttori principali, un vero peccato visto che nei pochi interventi è sembrata sempre puntuale e centrata.
Nulla da dire sull’apertura della prima semifinale con “L’amour est bleu” cantata da Vicky Leandros, ma l’interval act con Go-Jo sulle differenze tra Austria e Australia è sembrata una timida imitazione del “Made in Switzerland” presentato da Hazel Brugger e Sandra Studer. La stessa sensazione l’hanno data anche l’apertura della seconda semifinale, con i due conduttori che hanno realizzato un’ironica parodia di “Wasted love” di JJ – esattamente come Malin Ackerman e Petra Mede avevano fatto con “Tattoo” aprendo la seconda semifinale a Malmö – e l’interval act sulle note di “I’m so excited” delle Pointer Sisters, molto meno divertente di un “Love love, peace peace” o di un “We just love Eurovision too much”, anche se aveva lo stesso intento.
Bocciato anche l’interval act della finale dedicato ai 70 anni dell’Eurovision Song Contest: non basta mettere insieme tante canzoni che hanno gareggiato eseguite da artisti – alcuni diventate icone eurovisive – per festeggiare un anniversario così importante.
Bello invece il momento subito prima del voting, con Cesar Sampson che ha interpretato una cover di”Vienna” di Billy Joel, forse l’unico momento degno di essere ricordato – a parte la gara naturalmente – subito smorzato però da una frettolosa clip, sulle note di “Rise like a phoenix” di Conchita Wurst in versione strumentale, con le immagini dei 69 vincitori dell’Eurovision Song Contest prima di dare la linea ai conduttori per l’annuncio dei risultati.
KAN e la pesantissima questione di Israele
Per ultimo ci teniamo l’elefante nella stanza, ma prima è d’obbligo fare una premessa: Eurovision Song Contest non è un concorso tra Paesi e nemmeno tra governi, ma una gara musicale tra televisioni associate o affiliate all’EBU. Per questo motivo, nel testo, abbiamo parlato di televisioni più che di Paesi.
Il fatto che si parli di Italia, di Svizzera o di Francia e non di Rai, SRG SSR o France Télévisions durante la gara è una convenzione, esattamente come accade ai mondiali di calcio: lì a giocare non è l’Italia – ammesso che riesca prima o poi a qualificarsi – ma la squadra nazionale della FIGC.
Paragone calcistico a parte, è però importante precisare che l’edizione 2026 dell’Eurovision Song Contest è nata sotto una cattiva stella: le televisioni di Spagna (RTVE), Paesi Bassi (AVROTROS), Irlanda (RTE), Islanda (RUV) e Slovenia (RTVSLO) hanno deciso di boicottare l’evento in dissenso con la partecipazione della tv israeliana (KAN).
A questo boicottaggio si è aggiunta un’inchiesta del New York Times sul fatto che Israele abbia sfruttato l’Eurovision Song Contest, anche comprando voti, come strumento di soft power nazionale.
La questione però è una, indipendentemente da come la si pensi sulla situazione geopolitica – nel cui merito preferiamo non entrare –, ed è semplice: perché questa inchiesta mette in luce una violazione del regolamento che, nel momento in cui è stata accertata, non violava alcuna regola – il divieto di campagne promozionali massicce e guidate da enti governativi è scattato proprio a partire da quest’anno e non prima – e, soprattutto, perché se ne parla solo in relazione alla campagna messa in piedi da Israele nelle edizioni 2024 e 2025 e non si è mosso un dito quando Euromedia Group pilotò il risultato nell’edizione 2004 favorendo la vittoria dell’Ucraina (con Ruslana e la sua “Wild dances”) e successivamente nel 2011 con la vittoria dell’Azerbaigian (con Ell e Nikki e la loro “Running scared”)?
Quando poi si parla di KAN, ricordiamolo, si parla di una televisione che non ospita il primo ministro israeliano Netanyahu da due anni – da quando ci fu l’escalation in risposta al 7 ottobre – e che lo stesso primo ministro ha tentato più volte di chiudere o di privatizzare, per sfruttarla come megafono della sua propaganda, senza mai riuscirci fortunatamente.
Si fa presto poi a dire che EBU fa due pesi e due misure, citando l’esclusione della Russia o della Bielorussia come esempio. La realtà è ben diversa: la Bielorussia fu squalificata dall’Eurovision 2021 perché i Galasy ZMesta – gli artisti designati da BTRC (la tv di stato bielorussa) – presentarono due brani con testi dal contenuto propagandistico. Il primo si schierava apertamente contro le manifestazioni in opposizione al presidente Lukashenko e, ovviamente, fu respinto dall’EBU. Il secondo brano si schierò addirittura contro la stessa EBU per aver rigettato la prima proposta e, non essendo ovviamente conforme al regolamento, fu respinto. Essendo intanto scaduti i termini per la presentazione del brano, l’unica soluzione possibile fu l’esclusione dal concorso a cui, come se non bastasse seguì l’espulsione di BTRC da EBU visto che intanto la televisione era diventata megafono della propaganda di Lukashenko.
Sorte analoga toccò alla Russia: dopo l’invasione nel territorio dell’Ucraina, nel 2022 la totalità dei broadcaster partecipanti all’Eurovision Song Contest chiese l’esclusione Pervyj Kanal (la principale rete pubblica russa), ottenendo l’accoglimento della richiesta da parte dell’allora supervisore esecutivo Martin Österdahl. A questo seguì l’esclusione della televisione non soltanto dal concorso ma dall’intero consorzio EBU in quanto anch’essa usata dal presidente Putin come megafono della sua propaganda.
La situazione che riguarda KAN è sostanzialmente diversa: come dicevamo in precedenza la televisione è indipendente e non ha mai agito da megafono per la propaganda del premier Netanyahu. In più a chiedere l’esclusione della tv israeliana alla luce del genocidio in atto sono state solo le cinque televisioni che poi hanno effettivamente rinunciato a partecipare all’Eurovision 2026, a cui si aggiunge la televisione belga fiamminga VRT che, però, non avrebbe comunque preso parte all’edizione in corso essendo quest’anno la partecipazione del Belgio a carico della tv vallone RTBF.
Noam Bettan come capro espiatorio per il pubblico
Sono ormai tre anni che l’artista rappresentante di Israele riceve una pioggia di fischi da parte del pubblico, come se lui stesso fosse il principale autore delle nefandezze di uno stato e di un governo.
Noam Bettan quest’anno – ma il discorso vale anche per Eden Golan nel 2024 e Yuval Raphael nel 2025 – ha ottenuto il secondo posto con il brano “Michelle” dopo essere stato spinto in alto dal televoto e in parte anche dalle giurie. La sua vittoria non è mai stata una possibilità, facendo il calcolo dei punteggi attribuiti dal pubblico i suoi 220 punti non sarebbero mai stati sufficienti per spedirlo al vertice della classifica, ma qualcuno ha avuto i brividi al pensiero di una vittoria che, potenzialmente, avrebbe potuto sancire la fine dell’Eurovision Song Contest.
Per questo motivo all’inizio di questo approfondimento abbiamo specificato che l’Eurovision 2026 è finito nel modo migliore possibile: con la vittoria della Bulgaria, che riporta il concorso a Est, ma anche – e soprattutto – con una non vittoria di Israele, che chiude al secondo posto e, al netto di un brano e di una performance di grande qualità, in caso di vittoria avrebbe sicuramente dato vita al peggior boicottaggio nella storia del concorso, che probabilmente avrebbe finito per sancirne anche la chiusura definitiva.


