La premessa fondamentale è che chi vi scrive non è abruzzese, rivendico infatti la mia nascita a Bari – città in cui tutt’ora vivo – che ha ben altre tradizioni, ma alcuni brani della tradizione sono arrivati grazie alle voci delle nonne fino alla mia terra e, in più, la Notte dei Serpenti non è soltanto musica popolare.
Qualche mese fa sul quotidiano La Ragione scrissi un articolo in cui criticavo la Rai per la quasi totale assenza di musica, fatta eccezione per il periodo di Sanremo, addirittura paragonando la programmazione musicale delle reti private Mediaset e delle televisioni pubbliche di altri paesi – RSI in primis – perché un servizio pubblico che non valorizza il patrimonio musicale nazionale fa il suo lavoro solo a metà.
Ecco, da quel 30 dicembre 2025 sono cambiate tante cose. Qualcosa naturalmente in negativo – vedasi la chiusura senza senso di Rock'n'roll Circus su Rai Radio 2, con Carolina Di Domenico e Pier Ferrantini costretti a “emigrare” su Radio Capital – ma forse, vista l’estate che come sempre porta la televisione fuori dal periodo di garanzia, Mamma Rai ha deciso di puntare un po’ di più sulla musica.
L’ha fatto portando Musicultura su Rai 1, anche se parliamo comunque di una sintesi delle due serate trasmessa con un mese di ritardo rispetto a quando l’evento è andato in scena allo Sferisterio di Macerata – peraltro trasmesso sempre in seconda serata – ma è comunque qualcosa in più rispetto alle precedenti edizioni. L'ha fatto soprattutto trasmettendo un concerto straordinario come “Roma, Baby. Cremonini Live Circo Massimo” e introducendo per la prima volta al circuito EBU, la cosiddetta Eurovisione, i due principali eventi della tradizione musicale popolare quali la Notte della Taranta, con il concertone di Melpignano relegato comunque a Rai 3 e la Notte dei Serpenti da Pescara che ha – giustamente – beneficiato di una prima serata sulla rete ammiraglia della Rai, con una Rai 1 che per una volta ha fatto del Servizio Pubblico nel vero senso del termine.
Perché la Notte dei Serpenti, evento ideato dal maestro Enrico Melozzi – che ne è stato anche conduttore insieme a s– andato in scena allo Stadio del Mare di Pescara, non è soltanto un concerto di musica popolare e canti della tradizione abruzzese. La canzone popolare ovviamente è il focus principale, ma ciò che Enrico Melozzi ha fatto – analogamente a quanto fece anni fa da maestro concertatore alla Notte della Taranta – è stato unire tradizione e innovazione, ovvero riarrangiare e a volte remixare – sempre in maniera rispettosa – i canti popolari o aggiungere l’abruzzese e gli strumenti della tradizione alla musica moderna, ed ecco che “Resta con me” delle Bambole di Pezza e “Supereroi” di Mr. Rain vengono impreziosite dal coro in lingua abruzzese, a cui lo stesso Melozzi si aggiunge, diventando rispettivamente “Statte ‘nghe mme” e “Nù seme nù”.
Il momento più bello però è stato indubbiamente l’esecuzione di “Marrocche e Frusce”, in cui il maestro Melozzi ha dato sfoggio non solo della sua abilità di unire la tradizione, con l’orchestra e il coro delle 100 ragazze abruzzesi insieme alla banda dell’Esercito, all’elettronica di DJ Lady Loop, ma anche del suo smisurato amore per l’Abruzzo, la sua terra, citando la storia della protagonista del canto, Concettina, e accostandola a personaggi del calibro di Benedetto Croce, dell’inventore della Vespa Corradino D’Ascanio, del pilota Jarno Trulli e della storica voce della F1 Gianfranco Mazzoni, dei calciatori Marco Verratti, Massimo Oddo e Fabio Grosso – abruzzese d’adozione –, dello chef Niko Romito, tre stelle Michelin, e dei ristoranti in cui non chiedono “cosa vuoi?” ma “quanti ne vuoi?”, di Dean Martin, Madonna e Ovidio ma anche di Gabriele D’Annunzio.
E ascoltando Enrico Melozzi con la voce carica di emozione nel raccontare – e cantare – l’amore per la sua terra, nel bel mezzo di “Marrocche e Frusce” come anche in “Vola vola” e nell’omaggio a Ivan Graziani con “Taglia la testa al gallo”, è solo allora che si capisce perché, pur non essendo abruzzesi, si può comprendere perché “È triste chi non ha niente ma è ancora più triste chi non ha nessuno, ma in questa terra nessuno potrà mai sentirsi solo”. E forse è proprio questa la più grande dimostrazione di ciò che il servizio pubblico dovrebbe fare, la vera essenza del servizio pubblico: far capire, anche attraverso la musica, che nessuno è solo e che, pur essendo nati lontani da quella terra, per una notte si può esserne parte anche solo ascoltando la musica della tradizione e cogliendone l’essenza che, attraverso la musica, arriva dritta al cuore.



