Serata Eurovision a Sanremo e rappresentante diverso dal vincitore: una scelta sbagliata in partenza
Se ne parla da anni, ma se nessuno ha mai osato separare la scelta del rappresentante all'Eurovision dalla classifica di Sanremo un motivo c'è. Ecco perché farlo davvero sarebbe un errore grossolano
Premessa di dovere: abbiamo volutamente aspettato che il clamore dei primi giorni si attenuasse e che il clima si raffreddasse, proprio perché il legame tra Sanremo e l’Eurovision Song Contest rimane un tema scottante e perché, come sempre, ogni volta che circola una voce ci trasformiamo tutti in direttori artistici da divano.
Sanremo è, dal 2015, la selezione nazionale italiana per l’Eurovision Song Contest. Prima del 2015 la scelta era affidata a una giuria che, tra i partecipanti al Festival di Sanremo, selezionava un nome. Nel 2011, anno del nostro ritorno in gara, fu Raphael Gualazzi da vincitore delle Nuove Proposte a portare il tricolore a Düsseldorf. Dopo di lui a Baku fu scelta Nina Zilli e a Malmö toccò a Marco Mengoni, che quel Sanremo 2013 lo vinse con “L’essenziale”. Dunque nei fatti una scelta interna, fatta tra i partecipanti al Festival della Canzone Italiana, che nel 2014 diventò una selezione interna vera e propria con la scelta di Emma – che a posteriori possiamo definire sbagliata in tutto e per tutto – prima del regolamento di Sanremo 2015, il primo con la direzione artistica di Carlo Conti, che ufficializzò la scelta del vincitore come rappresentante eurovisivo.
In questi 11 anni – escluso il 2020, in cui la pandemia da Covid-19 impose la cancellazione dell’Eurovision – il sistema non ha mai dimostrato alcun segno di cedimento. Qualche piccola crepa sì, è innegabile e l’abbiamo visto anche nel 2025 con la rinuncia di Olly e il testimone passato tardivamente – ben oltre il limite imposto dalla Rai per la conferma – a Lucio Corsi, ma nulla che potesse far ipotizzare un totale ripensamento del meccanismo di selezione.
La selezione di Schrödinger che rischia di non essere neanche più una selezione
Sanremo – l’abbiamo scritto nel precedente articolo sull’Eurovision 2026 e lo ribadiamo anche in questa occasione – di fatto è la selezione italiana per l’Eurovision Song Contest, lo è dal 2015 in poi regolamento alla mano. Ma tra esserlo di fatto ed esserlo effettivamente c’è un abisso, e Sanremo lo è solo di fatto e sulla carta.
Questo stravolgimento regolamentare che stando a quanto scrive Giuseppe Candela su Dagospia – poi ripreso da Silvia Fumarola su Repubblica – andrà a creare una serata ad hoc nell’ecosistema del Festival dedicata alla selezione per l’Eurovision Song Contest, non è un’idea campata per aria e nemmeno totalmente insensata. Eurovision ha sempre avuto nella sua essenza il “bene o male purché se ne parli”, e in più permetterebbe agli artisti di arrivare a Sanremo già consapevoli del dopo e magari già pronti, con il brano da 3 minuti e anche una bozza di staging.
Il problema non è nemmeno nella serata delle cover che potrebbe essere sostituita dalla serata Eurovision – condizionale obbligatorio visto che Repubblica parla della serata Eurovision al giovedì e quella delle cover al venerdì e LaPresse, al contrario, parla della serata delle cover al giovedì e quella Eurovision al venerdì – visto che, nelle due edizioni firmate da Claudio Baglioni, nel 2018 e nel 2019, la serata delle cover fu rimpiazzata dalla serata dei duetti – e chi vi scrive è un noto estimatore della direzione artistica di Claudio Baglioni, soprattutto delle novità introdotte nel 2019 e poi in parte riprese da Amadeus, categoria unica in primis, ma anche le fasce di merito in luogo della classifica integrale o parziale.
La questione è sempre e comunque una sola: perché cambiare qualcosa che funziona perfettamente e che, a oggi, rende l’Italia il migliore tra i finalisti di diritto all’Eurovision Song Contest? Ma soprattutto, se l’ipotesi circolata dovesse concretizzarsi, quale interesse avrebbero Stefano De Martino da direttore artistico, Fabrizio Ferraguzzo da consulente e il ministro Gianmarco Mazzi – ex direttore artistico di Sanremo dal 2005 al 2006 e dal 2009 al 2012 – anche lui da consulente come lo fu anche nel 2004 a dare un potere smisurato alle etichette discografiche togliendolo alla Rai, la televisione che è responsabile della partecipazione all’Eurovision?
Il precedente albanese
Il problema nasce nel momento in cui, pur di accontentare le etichette discografiche, si fa ciò che persino il Festivali i Këngës albanese ha smesso di fare: separare la scelta per l’Eurovision dalla classifica finale del Festival. Nel 2022 vinse Elsa Lila, con la meravigliosa “Evita”, ma a rappresentare RTSH sul palco di Liverpool nel 2023 fu Albina Kelmendi con la sua famiglia, in gara con il brano “Duje”, che chiuse al 22esimo posto in finale.
L’anno successivo la storia non cambiò: vinse Mal Retkoceri con “Çmendur”, ma a rappresentare l’Albania a Malmö fu Besa con “Zemrën n’dorë” – che per l’Eurovision diventò “Titan” – con un ben più deludente quindicesimo posto in semifinale e la conseguente esclusione dalla finale.
Facciamoci due domande sul perché, grazie anche alla “cura” di Elhaida Dani – direttrice artistica del FiK nelle edizioni 2024 e 2025 – che ha riunificato la classifica finale e la scelta per l’Eurovision Song Contest, l’Albania nel 2025 e 2026 abbia centrato entrambe le volte la finale, chiudendo addirittura in top 10 – ottavo posto – a Basilea con gli Shkodra Elektronike e la loro “Zjerm” e al tredicesimo posto su 25 finalisti quest’anno a Vienna con Alis e la sua “Nân”.
L’incognita dell’Academy di esperti e il rischio dei conflitti di interessi
La stampa è a Sanremo per raccontare l’evento e anche per criticare sia lo stesso Festival sia, ovviamente, i brani in gara. Le sale stampa a Sanremo hanno dei premi collaterali assegnati agli artisti in gara – il Roof assegna il prestigioso premio della critica Mia Martini, la Lucio Dalla assegna invece il premio della sala stampa web, radio, tv intitolato proprio al cantautore bolognese – che sono naturalmente altro dalla classifica finale.
Andrea Spinelli, presidente della sala stampa Ariston Roof e giornalista di lungo corso che scrive sulle colonne del QN, già presidente di giuria all’Eurovision 2022, ha espresso perplessità sul voto da parte della stampa accreditata ai fini della classifica generale del Festival. Proprio l’inserimento della stampa tra le giurie del Festival è stato oggetto di polemiche in seguito alle vittorie di Mahmood nel 2019 – davanti a Ultimo, secondo classificato – e di Angelina Mango nel 2024 – davanti al secondo classificato Geolier – rilanciate anche dal direttore artistico di Sanremo 2025 e 2026, Carlo Conti, che ha bilanciato diversamente il voto tra le componenti togliendo di fatto peso alla stampa accreditata al voto.
Questo preambolo è fondamentale per chiarire il motivo per cui la cosiddetta Academy, che si vocifera possa determinare la selezione del rappresentante all’Eurovision Song Contest, è estremamente pericolosa.
Per trasparenza occorre dire che chi vi scrive ha votato, in quanto stampa accreditata, nelle edizioni 2024, 2025 e 2026 del Festival di Sanremo, in un solo caso tra l’altro votando per la proposta artistica che alla fine si è rivelata vincitrice (nel 2025 e 2026 il discorso vale anche per le Nuove Proposte, portando dunque le occasioni in cui il voto del sottoscritto è coinciso con il vincitore a una su cinque). In nessuno dei tre casi, però, i voti assegnati in piattaforma corrispondevano con i giudizi espressi pubblicamente nelle pagelle pubblicate su Euromusica (su Eurofestival News chi vi scrive è sempre stato neutrale riguardo al Festival di Sanremo, gli unici giudizi ivi espressi sono quelli nelle dirette testuali dell’Eurovision Song Contest, in cui tra l’altro la stampa vota solo per il Press Award e non per la classifica finale).
La stampa accreditata a Sanremo per forza di cose entra in contatto con gli uffici stampa e i management degli artisti in gara – che sia durante la settimana del Festival o anche prima – e ciò, per forza di cose, rende non totalmente imparziale il giudizio che i presenti in sala stampa esprimono in sede di voto.
Se a questo aggiungiamo il rischio che, a causa di questa Academy, il racconto completo della settimana del Festival della Canzone Italiana rimanga appannaggio di pochi eletti – i membri dell’Academy per l’appunto – che magari non hanno nemmeno un interesse considerevole verso l’Eurovision Song Contest ma per il fatto di avere potere decisionale possono avere privilegi come un canale diretto con gli artisti o una corsia preferenziale nel racconto dell’evento, ecco che il discorso cambia e il potenziale conflitto di interessi si concretizza.
Perché cambiare qualcosa che funziona perfettamente?
Ma allora torniamo alla domanda iniziale: perché cambiare qualcosa che funziona perfettamente e che, di fatto, rende l’Italia il migliore tra i finalisti di diritto all'Eurovision Song Contest?
Come abbiamo già spiegato, la Rai è l’unico broadcaster finalista di diritto a poter vantare nelle ultime 10 partecipazioni ben 9 arrivi in top 10 – unica nota stonata il 2016 con Francesca Michielin sedicesima con “No Degree of Separation” (versione internazionale della sua “Nessun Grado di Separazione”) – di cui ben 6 in top 5 con anche una vittoria nel 2021.
In questi 10 anni, dal 2017 a oggi, i portacolori italiani non sono mai scesi al di sotto della settima posizione, ma andando indietro al 2011 – anno in cui la Rai tornò in gara con Raphael Gualazzi – da allora i piazzamenti fuori dalla top 10 sono stati soltanto due: il primo nel 2014 con Emma e “La mia città” – unica scelta interna della Rai senza guardare tra i partecipanti al Festival di Sanremo – e, da quando il Festival è ufficialmente la nostra selezione, l’unica nota stonata è stata la già menzionata partecipazione del 2016 con una Francesca Michielin che fu selezionata dopo la rinuncia dei vincitori, gli Stadio.
All’Eurovision l’importante non è vincere…
L’Eurovision Song Contest non è come i mondiali di calcio, per cui se non vinci automaticamente sei un perdente – e pure questa retorica in realtà non si regge in piedi visto che, per vincere i mondiali di calcio, devi prima qualificarti (cosa non affatto scontata, soprattutto per l’Italia che non vi partecipa da tre edizioni) – e l’unico modo per essere ricordato è sollevare il trofeo.
All’Eurovision il trofeo più importante, ancora più del microfono di cristallo che i vincitori sollevano al cielo, è la stessa partecipazione. Il fatto di aver preso parte a un evento così grande e importante, al netto del risultato finale – anche se prendi parte solo alla semifinale – e a prescindere dal clamore che la partecipazione suscita, cambia la vita agli artisti. Senza scomodare i vari Måneskin, Celine Dion e ABBA, che grazie alla vittoria all’Eurovision hanno ottenuto il successo planetario, ci sono artisti che per il solo fatto di essersi esibiti su quel palco hanno raggiunto la consacrazione in ambito musicale.
…ma partecipare e godersi il momento
Basti pensare a Rosa Linn, portacolori dell’Armenia a Torino nel 2022 con “Snap”, che a dispetto di una poco edificante 20esima posizione ha fatto il giro del mondo grazie a quel brano. Se andiamo indietro al 1958, anche se parliamo della primissima ora del Concorso Eurovisione della Canzone, la canzone italiana più famosa al mondo – parliamo ovviamente di “Nel blu dipinto di blu” di Domenico Modugno, che gli valse l’appellativo di Mister Volare – ebbe la sua fortuna in ambito internazionale proprio grazie al terzo posto ottenuto a Hilversum.
Ogni artista che partecipa all’Eurovision Song Contest sa già, in anticipo, che la sua musica – nella peggiore delle ipotesi solo la canzone portata in gara – risuonerà all’infinito, almeno fin quando l’Eurovision Song Contest continuerà a esistere. Anche l’EBU questo lo sa bene, e da due anni a questa parte infatti nel periodo subito precedente all’ESC avvia una diretta sul canale YouTube ufficiale che si chiama “Non-Stop hits”, con l’obiettivo di far rivivere le performance in gara – e in alcuni casi fuori gara, come per i fortunati interval act del 2025 “Made in Switzerland” e del 2016 “Love, love, peace, peace” – e fare in modo che l’Eurovision non duri soltanto una settimana.
D’altronde l’Eurovision Song Contest non dura mai soltanto una settimana. Le edizioni passano, gli artisti in gara vanno e vengono, qualcuno forse ritorna, i vincitori alzano un trofeo e poi continuano a cantare, ma la musica – quella sì – resta e continua a suonare fin quando anche un solo ascoltatore avrà voglia di ascoltarla.


